ATLANTE

Saper ripartire dalla fine per ricostruire un nuovo mondo, una nuova immagine

20 - 21 - 22  AGOSTO 2021

A cura di Diana Caponi, Giulia Pigliapoco, Veronica Formiconi

Scrive Matteo Meschiari: “Ogni alternativa coincide con la fine. Ogni fine è un inizio solo se si ricomincia a narrare”. 

Una lenta pietrificazione non sta risparmiando nessun aspetto della vita. È come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo ineluttabile della medusa. Ciò che terrorizza maggiormente l’uomo in questo periodo storico è l’attesa di un nuovo secolo che persevera a non arrivare e l’incubo che non ci possano essere altri mondi possibili. L’uomo d’oggi non è più abituato a narrare storie, a immaginare luoghi nei quali esseri diversi interagiscono e dialogano tra loro. Lasciarsi trasportare dalle immagini della mitologia, ripartendo da Atlante e Perseo per ritrovare un’allegoria del rapporto tra il poeta e il mondo, tra l’uomo e il mondo, tra il mondo e il mondo. Lasciarsi depositare nella memoria, meditare su ogni dettaglio e navigare in una nuova narrazione mitologica è ciò a cui si dovrebbe tendere. 

Esercitarsi al mito in questo periodo storico significa avere una visione alternativa che abbracci la prospettiva dell’immaginario. Ripensare ad un linguaggio, un sistema di segni che funga da matrice per una nuova partenza, che non sia soluzione ma forma esterna modellabile, che diventi contenitore d’immaginazione altra e che da questa si lasci plasmare. Un viaggio a ritroso dove l’unico scopo sarà quello di trovare il segno originario di una mitologia a venire. Recuperare la responsabilità di Atlante nei confronti del mondo per riscattarsi dalla pietrificazione cui ormai anche l’uomo moderno è soggetto, non più sostenitore del mondo ma dominatore e colpevole di una catastrofe che tarda la sua fine, eliminando la possibilità di rinizio. 

Come scrive Gilles Deleuze “All’interno dell’ideale del ricominciare vi è qualche cosa che precede lo stesso inizio, che lo riprende per approfondirlo e farlo indietreggiare nel tempo”. Un linguaggio dell’andare e del ritornare, capace di produrre una traccia che procede verso la cancellazione di essa, riscrivendone al contempo delle altre. L’invito è quello di seminare il viaggio del proprio linguaggio e sottolineare la propria urgenza, o meglio l’urgenza del destino per poter rispondere a questa catastrofe e saper ricreare da essa una nuova origine. Lo scopo è quello di costituire Atlante: mappa e spazio protetto di interconnessioni tra matrici dove l’immaginazione non potrà essere colonizzata. 

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Al lago e alla memoria di Greta Chiaravalle mette in relazione l’essere umano con il suo territorio. L’opera nasce dalla terra e si fa libro. Sono le voci degli antichi che risuonano dall’opera e nell’opera e in ogni segno della monotipia invocano una generazione.

Trans di Lucia Bonomo realizzata con carta di giornale e filo, propone nuovi percorsi e si apre a nuove ramificazioni per andare al di là, oltrepassare. Le cuciture sulla carta costituiscono la cartografia di un territorio tutt’altro che fisico, un territorio fatto di luci e ombre interiori, varchi e fessure, una mappa che gioca con la casualità delle direzioni. Le perforazioni che mettono in luce l’ “oltre” sono passaggi verso l’inatteso, l’inesplorato, passaggi scavati dove la materia è più cedevole, dove essa si degrada aprendosi a nuove vie. Così anche l’istallazione Pangea e Dare voce di Mario Naccarato vuole ripartire dalla distruzione, dal prima dell’origine, dal corroso, dall’arrugginito. Pangea, costituita da ferro, lamiere, metalli lavorati dal mare e modificati dalla natura, si fa portavoce della catastrofe per farsi punto di inizio. Dare voce, struttura autoportante che sostiene una serie di megafoni in lamiera, cerca al contempo di farsi parola per permettere a chiunque voglia di esprimere il proprio dissenso. 

Chronoeye, del progetto Transpecies di Emanuele Resce e Valentina Avanzini porta le tracce di un volto antropomorfo, forse un oracolo antico, meteorite e relitto di un’umanità che non sappiamo più riconoscere. È un visitatore dei cieli che ha perso la via? Un navigatore mitologico che non ha superato la prova delle gorgoni? O un corpo un tempo di carne pietrificato dal sale e dal vento? Un giorno, la sua evoluzione inesorabile lo porterà nelle sabbie, sgretolato in piccoli atomi. Ma se guardiamo alle loro storie con compassione, anche i mostri che popolano le nostre mitologie smettono di essere simboli.